martedì 7 giugno 2011

STANZE DI TEATRO IN CARCERE



Ieri ho assistito a qualche appuntamento della rassegna itinerante “Stanze di teatro in carcere”, ospitata a Ferrara nelle sale del comunale. La manifestazione iniziava alle tre e mezza di pomeriggio, con proiezioni, dialoghi e anteprime, e si concludeva a sera inoltrata con lo spettacolo principale “Woyzeck”, organizzato dal teatro Nucleo assieme ai detenuti di Via Arginone. Avrei dovuto essere in pensione per permettermi a inizio settimana una maratona simile, ma ovviamente non lo sono e probabilmente non lo sarò mai, e alcuni incontri - che pure mi interessavano molto - sono andati forzatamente persi (e qui sento l'obbligo morale di aprire una parentesi sulla scelta -veramente troppo frequente- di organizzare eventi utilissimi alla società tutta quando la società tutta è banalmente al lavoro). Fortuna vuole però che io sia perlomeno endemicamente precaria, le mie giornate un gioco a incastro. Ho potuto così intercettare qualche ora libera a metà pomeriggio, ed ecco in pillole quello che sono riuscita a seguire:
LECTIO DI GIULIANO SCABIA: Aerea e vaghissima, interessante ma senza amplificazione, nell'aria umida e ferma del ridotto stavo per crollare addormentata. Scabia prendeva spunto da impressioni personali o parole di uso collettivo per lasciarsi trasportare dalle suggestioni, trovare spunti nuovi per guardare non solo alla realtà carceraria, ma alle varie stratificazioni di soglie che dividono le persone in gruppi, e scindono lo stesso individuo rispetto il proprio essere esterno, proteso, e il proprio essere interno.
ATTRAVERSO CALIGOLA: I detenuti del carcere di Castelfranco Emilia hanno rappresentato, sul palco del comunale, alcuni esercizi che svolgono durante il laboratorio organizzato dal Teatro dei venti, e che saranno strutturati in uno spettacolo che andrà in scena prossimamente a Modena (se non ricordo male). Nonostante la dimensione in fieri del lavoro proposto, orientato sul Caligola di Camus, la rappresentazione è stata molto coinvolgente: una riflessione sulla volontà del potere, espressa soprattutto fisicamente in scene corali di forte impatto emotivo, ma anche attraverso la recitazione di brani ad alto contenuto simbolico. Buona la regia, che ha saputo inserire gli esercizi in una cornice organica, e ha scelto una colonna sonora capace da sola di reggere il palco, alimentando la tensione prodotta dai corpi degli attori. Adesso improvviso una lectio anch'io, qualche riflessione sull'onda lunga dell'emotività: condividere lo spazio teatrale con delle persone detenute è sempre straniante, la soglia che divide la realtà carceraria dalla realtà civile si assottiglia e diventa quasi solo una questione di luce: la distinzione tra chi è prigioniero (e mi rendo conto di usare una parola desueta, ma proprio dalla mancata abitudine credo possa scaturire una nuova comprensione), esposto sotto i riflettori, e chi invece è libero, nascosto nell'oscurità. Poter osservare il volto di chi viene comunemente considerato Altro, avere la percezione fisica della labilità del confine che separa gli spazi (un palcoscenico, una formalità), è un'occasione importante.
DIALOGO TEATRALE TRA PATRIZIO BIANCHI E MARCO DALLARI:  In verità ero tornata al ridotto per sapere qualcosa di più sull'esperienza padovana di Tam Teatro, la cui presentazione era in calendario ma di cui non si è più saputo niente. Qualche imprevisto deve aver modificato il programma senza che si riuscisse ad aggiornare il depliant cartaceo, e mio malgrado mi sono ritrovata ad assistere al dialogo tra il fu magico-rettore e il pedagogista. Di teatrale c'era poco o nulla: i due relatori invece di starsene compiti e seduti parlavano stando in piedi, Bianchi evidentemente stanchissimo, appoggiato al leggio con i gomiti. Un moderatore/intervistatore proponeva delle domande, ed entrambi con agio rispondevano. Niente di nuovo sotto il sole: l'importanza dell'espressione creativa in contesti difficili, l'inaffidabilità del Pil rispetto l'effettivo benessere sociale del paese, la mancanza in tante persone di risorse simboliche per affrontare la realtà. Qualche spunto interessante tuttavia è stato formulato, e mi è piaciuta la prospettiva e l'animo con cui Dallari ha parlato delle proprie esperienze, soprattutto in relazione alla pratica concreta dell'educazione in carcere.

2 commenti:

  1. Brava! Bella recensione, scritta anche parecchio bene, ovviamente io ero al lavoro.... peccato!

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  2. ciao! sono fede della rodari, eccomi quà.
    non ho visto nessuna mail di riferimento quindi ti scrivo un commento sperando che tu lo possa leggere. il blog mi piace molto è semplice, ben fatto e utile!
    stamattina mi son dimenticato di dirti che lavoro anche al melbookstore, perciò se desideri ragguagli sulle manifestazioni/presentazioni che facciamo basta che me lo dici (ho visto tra l'altro che hai segnalato la presentazione del libro l'eco di nicol di ieri).
    se, come ti dicevo, vuoi anche la locandina jpg del nostro concerto dei donvito e i veleno e del festival, dimmelo! la mia mail è de_loused@libero.it
    a presto
    f

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