giovedì 16 giugno 2011

JOHN STRADA A "LEI NON SA CHI SONO IO"


Atmosfera surreale ma piacevole, all'Oratorio dell'Annunziata, in occasione del primo incontro della rassegna "Lei non sa chi sono io", organizzata dalla Pro Loco.
Mi ci sono recata incuriosita soprattutto dalla location, di cui mi avevano parlato con grande entusiasmo. Non è stato possibile accedere alle sale affrescate dei piani superiori, e per soddisfare la curiosità occorrerà ritornare. L'incontro infatti si è svolto al piano terra, in uno stanzone spoglio e fresco, pervaso di quell'odore caratteristico che solitamente si associa alle vecchie canoniche, in cui si mescolano pulizia e tende tirate, un vago sentore di muffa. Una grande reminescenza olfattiva dunque, ma anche visiva, tattile: la sala appariva al primo colpo d'occhio trascurata e bruttina, ma già al secondo sguardo si apriva a suscitare indefinite memorie infantili, con le sue sedie scure e dure, le colonne imbottite per attutire gli urti dei bambini, la nicchia per le recite teatrali celata da un umile sipario blu ("neanche per un prete per chiacchierar"). Il folto pubblico intervenuto all'evento, invece di dissipare l'atmosfera sospesa nel tempo, contribuiva ulteriormente all'effetto straniante. Osservando tra le file delle persone sedute non riuscivo a identificare il target della serata: quindicenni ridanciani, coppie ben vestite, anziani orientali in sandali e braghe di tela, famiglie con prole al seguito, trentenni abbronzati... e le suore (vestite da suore). A vederli così, tutti vicini, facevano tenerezza: un grande affresco collettivo e anacronistico, praticamente la locandina di "Amarcord".
E mi rendo conto di non aver ancora speso due righe in merito all'iniziativa in sé, ma adesso ci arrivo.
Cosa riusciva a tenere assieme facce tanto diverse?
Il cantante e insegnate centese John Strada, il quale per l'occasione si è trasformato in showman, imbastendo un variegato repertorio di chiacchiere, canzoni e riflessioni. L'idea di incrociare esecuzione cantautoriale e racconto informale mi è sembrata convincente. Soprattutto in relazione alla produzione locale, usare la musica come veicolo dell'esperienza e viceversa credo possa essere una buona soluzione per valorizzare entrambe.
Le storie ascoltate sono state a tratti buffe, a tratti pensose, sempre molto spontanee (resoconti giovanili, i viaggi all'estero, l'immaginario americano, l'ispirazione tradotta in creazione...). Le canzoni vi si sono inserite con naturalezza. Ho apprezzato maggiormente le cover in inglese ("Everybody got a Hungry Heart" di Springsteen e "Long Black Veil" di Cash, con tanto di traduzione quasi in simultanea) e i brani più spensierati ("Signora Rina", dedicata alla vicina impicciona).  I pezzi a vocazione "sociale" non mi sono piaciuti, li ho trovati sbrigativi e stereotipati ("Mohamed" ripercorre le vicende di uno spacciatore marocchino, ucciso dai rivali tunisini, "Zaira" invece tratta di una prostituta africana ammazzata da un cliente) . Appartengono all'album acustico "Dalla periferia dell'anima", che lo stesso autore definisce ridendo "un disco bruttissimo, muoiono tutti, è veramente triste". A prescindere dalle considerazioni di gusto personale la sua voce rimane fantastica. Vale sicuramente la pena andarla ad ascoltare.

2 commenti:

  1. beh, qui due son le cose, giraffa mia... o sei recidiva (jhon fante!?!) oppure c'è una storia dietro di rivolta appassionata contro un nome, nel qual caso la voglio sapere! si scrive JOHN!!! :P

    lillus

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  2. ho appena corretto, grazie lillus:). la rivolta appassionata contro il nome c'é - è evidente -, ma non conosco i suoi motivi. credo se ne stiano nascosti in qualche vicolo inconscio...

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