Atmosfera retrò al centro sociale la Resistenza, in occasione dell'incontro “La scuola che viviamo, la scuola che desideriamo”: sedie di plastica, ghiaccioli alla menta e buone intenzioni. Un folto gruppo di insegnanti, genitori e precari di varia natura e genere (facilitatori, educatori, etc.) si è riunito mercoledì sera per parlare di scuola, per confrontarsi sulla direzione intrapresa dall'attuale istruzione pubblica italiana.
Bello? Bello. Facile? Per nulla.
La serata è partita abbastanza appesantita. Il maestro Mauro Presini (di cui non discuto le qualità professionali, ma quanto a capacità retorica... uso un eufemismo: ci sarebbe qualcosina su cui lavorare) ha infilato per un tempo indefinito un'animata collana di luoghi comuni, battute riciclate e memorie risapute. Un fiume in piena, entusiasta e inarrestabile. Leitmotiv del suo malcontento: il governo vuole i propri cittadini succubi e ignoranti, ha inventato un linguaggio artificiale per nascondere loro la verità, è a tal punto brutto e cattivo da usare la parola razionalizzare invece di risparmiare. A prescindere dall'opinione personale: discorsi triti, a tal punto rimasticati da ridursi a poltiglia insipida. E non è sempre vero che alcuni concetti, per quanto ripetuti, facciano sempre bene. Quando ci si rivolge ad un pubblico di pari interessati (così è successo mercoledì sera) ripetere serve solo a perdere tempo prezioso, a distogliere lo sguardo dall'urgenza. Fortunatamente ha compensato all'incipit sottotono l'intervento di Elena Buccoliero, che ha parlato della violenza strutturale e culturale implicita nell'attuale sistema scolastico, della parzialità dei suoi criteri di giudizio, della gerarchia malsana che spinge i ragazzi verso “scuole differenziali”, di serie B, considerate tanto dagli alunni quanto dai professori alla stregua di parcheggi. Anche il successivo dibattito ha fornito dei buoni spunti di riflessione, nonostante si sia costituito di pochi ma lunghissimi interventi (l'assuefazione al monologo degli insegnanti è preoccupante). Sono stati toccati ulteriori nervi scoperti: l'oggettiva bruttezza e sporcizia di molti edifici scolastici; l'omertà e il disinteresse dei professori, che temendo il trasferimento non segnalano o addirittura insabbiano i problemi della struttura in cui lavorano; le difficoltà causate dal tetto percentuale imposto all'iscrizione di alunni stranieri; l'idea ridicola di riproporre alle elementari il “mostro unico”. In un contesto del genere, commentava una simpatica signora in rosso, la recente somministrazione della prova Invalsi rappresenta semplicemente l'ennesimo schiaffo. Non preoccupa in modo particolare, ma delude ulteriormente - “e non ne avevamo bisogno” - . Bilancio dell'incontro? La vastità dell'argomento ha impedito di stringere considerazioni più pragmatiche, di ricavare una linea metodologica e di pensiero a cui rivolgersi. Da parte mia credo servirebbero altri appuntamenti, più circostanziati e definiti, per approfondire le singole difficoltà ed esplorare le alternative concretamente a disposizione.

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