martedì 31 maggio 2011

ANTEQUATTRO 2011



Malgrado la diffidenza che nutro nei confronti degli studenti di architettura, devo ammettere che a Ferrara essi sono gli unici a proporre delle feste intellettualmente valide, gli unici capaci di non appiattire le serate in un orgia di birra in bicchieri di plastica e chiacchiere da ubriachi. Non che ci sia qualcosa di male nell'intendere la festa in termini di fiesta-fiesta-fiesta!, ma in ambito universitario sarebbe lecito talvolta impegnarsi per qualcosa di più e di diverso, rispetto al piacevolissimo ma tardoadolescenziale party cafone. Grandi meriti quindi ai ragazzi di Bassoprofilo, a tal punto volenterosi da organizzare non solo la “4 Giorni delle Arti”, ma addirittura una serie di eventi preliminari, racchiusi sotto all'ombrello di “Antequattro”.
Primo appuntamento mondano ieri sera al Giardino delle Duchesse, interessante per almeno 3 motivi.
Motivo 1: L'allestimento interattivo dei lavori presentati al concorso “24 foto / 24 tempi” (ogni partecipante aveva a disposizione una macchina usa e getta per scattare 24 fotografie sul tema del tempo). Le sequenze di foto erano allacciate a formare tanti nastri circolari, montate come dei rulli su un supporto rustico ma funzionale. Per guardarle bisognava scorrere manualmente i nastri, creando così un assonanza visiva con la pellicola cinematografica, e implicitamente con la rappresentazione del tempo che passa. I soggetti erano spesso molto simili (gettonatissime le attività quotidiane più semplici, o legate al ciclo notte/veglia), e per questo ho particolarmente apprezzato la sequenza patriottica dei tre ghiaccioli (uno verde, uno bianco, uno rosso) che scatto dopo scatto si sciolgono al sole, per ridursi a miseri stecchini di legno (infilati nel naso di qualcuno).
Motivo 2: Elegantissimo il concerto dei M.O.F. 5tet, bravi e belli.
Motivo 3: Sangria e birra a prezzi popolari (che va bene radical chic, ma non per questo astemi!).
L'unica ragione di rammarico, che esula dalla responsabilità dei provetti architetti, è relativa al giardino stesso, spelacchiato e un po' patetico. Potrebbe essere uno dei posti più belli della città, invece – oltre ad essere sempre chiuso (aprire quattro giorni all'anno significa essere sempre chiusi, questo lo specifico per i puntigliosi) – è lasciato sconnesso e misero. Al posto delle piante - tutte sradicate, ad eccezione dei tre alberi più grandi - è rimasta l'erbaccia incolta. Mi piacerebbe sapere se saranno in futuro presi provvedimenti per risanarlo, restituirlo.

domenica 29 maggio 2011

AIUTATEMI CHE SONO MESSO MALE

 
Serata frizzantina alla porta degli angeli (casa del boia non si dice più, è out: sapevatelo!): vino rosso spinato direttamente dalla damigiana, abiti leggeri e il sole che tramonta sull'erba, sorrisi svagati e le opere autoironiche di Stefano W. Pasquini a dare un senso al tutto. 
Come al solito mi trovo in imbarazzo a commentare qualsivoglia forma di arte contemporanea. Non ho mai del tutto metabolizzato la dissoluzione dell'aura, e se razionalmente comprendo il significato e l'importanza di tanti lavori (cito a caso qualche esempio abnorme: le pillole di Damien Hirst, il medio alzato di Cattelan, la kefia di Mona Hatoum), nel momento in cui me li ritrovo di fronte formulo inevitabilmente lo stesso pensiero stolto: "e va be?". 
Da parte mia la buona volonta c'è sempre, ci provo ogni volta: ieri quindi  ho passeggiato attenta attorno alla struttura irregolare esposta al piano ammezzato, una composizione di vecchie mensole e qualche libro; ho saggiato la consistenza fisica della carta di cui era composta l'istallazione allestita in mansarda, un mucchietto di fogli disordinati, sui quali erano stampate le immagini di un cane e di alcuni operai; vicino all'ingresso ho studiato con interesse lo scatolone che si fingeva un autovelox, per misurare la velocità di accesso degli ospiti. Il risultato non cambia, e a questo punto si tratta sicuramente di un problema mio, le parole mi escono di bocca senza che io riesca a trattenerle: "e va be?". 
Chiunque fosse capace di suggerire un giudizio più acuto è invitato a lasciare un commento, io di per me non ce la faccio. Riesco solo a commentare l'evento, e quello devo dire è stato soddisfacente (cfr: incipit). 
A differenza di quanto accadeva questo inverno, quando alle inaugurazioni ci si ritrovava sempre in quattro gatti, ieri la porta monumentale frullava di gente e chiacchiere, inoltre a vivacizzare l'atmosfera già spensierata ha contribuito la performance, della quale invece posso scrivere - senza scrupoli di coscienza - che sì, mi è molto piaciuta. Nel vivo della serata diverse persone confuse nella folla (giuro, c'era veramente tanta gente) hanno iniziato ad alta voce a dialogare tra loro, simulando il discorso frammentato e informale della chat. Argomento della "stanza": la ricchezza sperperata da bisnonni e parenti donnaioli, la decadenza dei titoli nobiliari e degli agi della buona borghesia, la condizione sradicata e nostalgica delle nuove generazioni. Nello svolgersi veloce della conversazione (una farsa amara, comica in senso pirandelliano) sono riuscita a sentirmi coinvolta. Ho ritrovato in qualche modo il filo del discorso benjaminiamo sulla necessità politica dell'arte, che sapevo presente teoricamente anche nelle opere esposte, e mi sono sentita bene.

sabato 28 maggio 2011

BIBLIOTECA VIVENTE


Ieri pomeriggio alla Festa delle Famiglie è stata organizzata una living library. Non so quanto sia effettivamente conosciuto questo tipo di iniziativa, spiego quindi brevemente come funziona e a cosa serve. La biblioteca vivente è una raccolta di persone-libro, ovvero persone disposte a raccontare la propria storia come se fosse una narrazione, ad offrire il loro patrimonio di esperienze alla città. Il suo obiettivo è abituare la gente a non  "giudicare un libro unicamente dalla copertina", a non lasciarsi condizionare dagli stereotipi e dai pregiudizi. Propone ai suoi "utenti" un catalogo di luoghi comuni (la donna musulmana, il gay, etc), ciascuno corrispondente ad una persona-libro che può essere prenotata e presa in prestito, sfogliata. L'iniziativa è fondamentalmente un mezzo informale per facilitare il dialogo tra persone che difficilmente forse avrebbero l'occasione di parlare in modo tanto sincero, aperto appunto come un libro.
Per quanto riguarda l'organizzazione di ieri pomeriggio posso solo spendere dei grandi complimenti.
E' vero: forse il catalogo non era ricchissimo (sono sicura che crescerà sempre di più, edizione dopo edizione) ma l'atmosfera era serena e invitante, e il libro che ho preso in prestito mi ha insegnato molto, suggerendomi  nuove prospettive attraverso cui guardare alla realtà - e non svelo nè il titolo nè il contenuto, chi è curioso la prossima volta deve partecipare! - .

DONNE ALLO SPECCHIO


Giovedì sera l'Accademia della Follia ha presentato alla città il laboratorio condotto in collaborazione con il dipartimento di salute mentale, concluso nella produzione di un filmato ispirato alle poesie di Alda Merini. 
Per avvicinare il pubblico alla comprensione del lavoro svolto, la serata avrebbe dovuto seguire una scaletta abbastanza anomala, ma potenzialmente molto interessante.
Questo è il riassunto di quello che avrebbe dovuto succedere:
Il regista/attore Claudio Misculin racconta – ovviamente per sommi capi ed aneddoti - la vita della poetessa, suggerisce un impressione della sua personalità e la valenza delle sue scritture riferite all'esperienza del manicomio. All'interno di questa cornice si inseriscono cinque azioni teatrali, e i corrispondenti cinque momenti estrapolati dal filmato prodotto, proiettato per intero in chiusura. Obiettivo del percorso: permettere agli spettatori di partecipare alla costruzione fisica dell'azione, avvicinarsi alla quotidianità della pratica laboratoriale, e seguirne l'evoluzione video.
Ecco quello che in verità è successo:
Le premesse sono buonissime: il regista introduce a proprio agio, ben calato nel ruolo di collante carismatico, le attrici - un pochino impacciate ma volenterose (nessuno pretende qualcosa di diverso) – si impegnano in interpretazioni coinvolgenti, le poesie incredibili tengono assieme il tutto. Per i primi dieci minuti. Poi la narrazione inizia a scricchiolare: il video iniziale si impalla (evvabbè, può capitare, anche se non dovrebbe), il secondo video non sembra avere problemi ma non è quello giusto (la cronologia del racconto comincia a vacillare), Misculin furibondo alza il medio rivolto ai tecnici (personalmente comprendo la rabbia, ma non la maleducazione esibita), un ulteriore video si sgrana e si interrompe sul più bello, la serata sembra definitivamente implodere. Si decide di continuare solo con le azioni teatrali, anche se il nervosismo di tutti è palpabile e la rappresentazione ne risente.
Nel trambusto l'opinione che mi sono fatta dello spettacolo è che sarebbe stato bello, sarebbe stato veramente intenso. Il video completo proiettato a fine serata - per fortuna senza particolari incidenti - è riuscito parzialmente a compensare l'insoddisfazione per la rappresentazione fallita: autoironico, soluzioni visive e musicali di grande impatto, un'interpretazione della poetessa penetrante, lucida e assolutamente convincente (bravissima l'attrice). L'amaro in bocca all'uscita dalla sala però rimane. Non so quali ostacoli abbiano impedito alla cabina di regia di lavorare come avrebbe dovuto, so che è quasi delittuoso schiantare un occasione del genere (importante per il pubblico e per chi a vario titolo è stato coinvolto  nel laboratorio) per dei banalissimi "problemi tecnici".

venerdì 27 maggio 2011

LA SCUOLA CHE VIVIAMO, LA SCUOLA CHE DESIDERIAMO




Atmosfera retrò al centro sociale la Resistenza, in occasione dell'incontro “La scuola che viviamo, la scuola che desideriamo”: sedie di plastica, ghiaccioli alla menta e buone intenzioni. Un folto gruppo di insegnanti, genitori e precari di varia natura e genere (facilitatori, educatori, etc.) si è riunito mercoledì sera per parlare di scuola, per confrontarsi sulla direzione intrapresa dall'attuale istruzione pubblica italiana.
Bello? Bello. Facile? Per nulla.
La serata è partita abbastanza appesantita. Il maestro Mauro Presini (di cui non discuto le qualità professionali, ma quanto a capacità retorica... uso un eufemismo: ci sarebbe qualcosina su cui lavorare) ha infilato per un tempo indefinito un'animata collana di luoghi comuni, battute riciclate e memorie risapute. Un fiume in piena, entusiasta e inarrestabile. Leitmotiv del suo malcontento: il governo vuole i propri cittadini succubi e  ignoranti, ha inventato un linguaggio artificiale per nascondere loro la verità, è a tal punto brutto e cattivo da usare la parola razionalizzare invece di risparmiare. A prescindere dall'opinione personale: discorsi triti, a tal punto rimasticati da ridursi a poltiglia insipida. E non è sempre vero che alcuni concetti, per quanto ripetuti, facciano sempre bene. Quando ci si rivolge ad un pubblico di pari interessati (così è successo mercoledì sera) ripetere serve solo a perdere tempo prezioso, a distogliere lo sguardo dall'urgenza. Fortunatamente ha compensato all'incipit sottotono l'intervento di Elena Buccoliero, che ha parlato della violenza strutturale e culturale implicita nell'attuale sistema scolastico, della parzialità dei suoi criteri di giudizio, della gerarchia malsana che spinge i ragazzi verso “scuole differenziali”, di serie B, considerate tanto dagli alunni quanto dai professori alla stregua di parcheggi. Anche il successivo dibattito ha fornito dei buoni spunti di riflessione, nonostante si sia costituito di pochi ma lunghissimi interventi (l'assuefazione al monologo degli insegnanti è preoccupante). Sono stati toccati ulteriori nervi scoperti: l'oggettiva bruttezza e sporcizia di molti edifici scolastici; l'omertà e il disinteresse dei professori, che temendo il trasferimento non segnalano o addirittura insabbiano i problemi della struttura in cui lavorano; le difficoltà causate dal tetto percentuale imposto all'iscrizione di alunni stranieri; l'idea ridicola di riproporre alle elementari il “mostro unico”. In un contesto del genere, commentava una simpatica signora in rosso, la recente somministrazione della prova Invalsi rappresenta semplicemente l'ennesimo schiaffo. Non preoccupa in modo particolare, ma delude ulteriormente - “e non ne avevamo bisogno” - . Bilancio dell'incontro? La vastità dell'argomento ha impedito di stringere considerazioni più pragmatiche, di ricavare una linea metodologica e di pensiero a cui rivolgersi. Da parte mia credo servirebbero altri appuntamenti, più circostanziati e definiti, per approfondire le singole difficoltà ed esplorare le alternative concretamente a disposizione.

lunedì 23 maggio 2011

FESTA DELLE OASI


Domenica 22 maggio si è svolta in tutta Italia la giornata delle oasi WWF, occasione di apertura straordinaria e gratuita delle molte aree protette dall'associazione. Reduce del grigiume fisico ed esistenziale di questo inverno, ho voluto approfittare dell'iniziativa per redimere le carni pallide al sole campestre, e scroccare magari una prima botta di abbronzatura (che non colora la pelle, ma almeno lava via l'effetto zombie). Sono quindi andata in visita all'oasi più vicina, a vedere le dune fossili di Massenzatica, dalle parti di Mesola. Non avevo ovviamente la benché minima idea di cosa potesse essere una duna fossile, e sono oggi orgogliosa di poter comunicare pubblicamente che... bhe, ora invece un idea ce l'ho. Una gentilissima operatrice ha accompagnato me e gli altri visitatori all'interno della riserva, spiegandoci TUTTO: lo spostamento della linea costiera, la fossilizzazione delle zone sabbiose, le associazioni vegetali (che non c'entrano niente con i banchetti in piazza dei coltivatori diretti), le radici forti delle piante bassettine, l'etimologia delle robinie, il modo più semplice per riconoscere un olmo, la vitalità di una pianta cinese chiamata guarda caso highlander (!!) - (lo ammetto, ora sto inventando, in verità si chiama ailanto) -, e tante tante altre cose ancora. Ero talmente affascinata da questi racconti, da guardare con occhi stupefatti qualsiasi arbusto seccarello si stagliasse nei paraggi. Mi sono quindi persa le guest star della passeggiata: il ramarro (verdissimo, a detta di tutti i presenti) e il picchio. In compenso ho potuto guardare da vicino le pupe, ovvero i bruchi imbozzolati come Tutankhamon nel loro sputo, in attesa di diventare farfalle e morire dopo un giorno (non commento nemmeno, anche se una ragazza davanti a quelle mummie appese ha avuto il coraggio di esclamare “che bello!”, giuro).
Conclusa la passeggiata altri simpatici simpatizzanti dell'associazione hanno offerto a tutti un pic nic rustico e abbondante, con tanto di panini al salame, uova sode, torte salate e torte dolci - ovviamente preparate in casa -, vino bianco o rosso a piacimento, acqua se proprio proprio. Devo aggiungere altro? Mi viene in mente uno spot che girava tempo fa su youtube, e che credo riassuma bene l’impressione che ho avuto della giornata: never say no to panda;)!

domenica 22 maggio 2011

INAUGURAZIONE DI "STRUTTURE", PERSONALE DI DUCCIO GAMELLI


L'inaugurazione è stata abbastanza spentina: cordiale ma anonima. Poche le persone presenti, un aperitivo misero apparecchiato nella terrazza che guarda Via Darsena, la solita desolazione dei Magazzini Generali. L'atmosfera della serata era anche buona, informale e interessata, ma il vuoto degli stanzoni pesava sopra ogni passo, a ricordare quanto la marginalità della location possa invalidare qualsiasi iniziativa vi si voglia organizzare (e quando scrivo marginalità non mi riferisco ovviamente al decentramento fisico, ma alla disattenzione e all'incuria gestionale). E' veramente un peccato che un posto così ricco di potenzialità venga abbandonato a sé stesso e alle erbacce incolte che vi crescono tutto attorno. Voci di corridoio sussurrano di un imminente chiusura. Ai Magazzini si canta il lamento del cigno, e ad ascoltarlo restano le solite quattro facce... assieme alle opere di Duccio Gamelli, quasi dimenticavo. Non sono una grande intenditrice di arte contemporanea, fondamentalmente ancora devo capire se serve e a cosa serve, cos'è in realtà. Passeggiare in mezzo ai lavori di Gamelli mi è piaciuto, non tanto per questioni di empatia estetica, quanto per l'esercizio di fantasia che mi  ha richiesto. Ho interpretato abbastanza liberamente le sue strutture: nel reticolo dipinto di blu ho visto il Mediterraneo da lontano, nelle creazioni plastiche ho intercettato delle chiocciole fossili, un'attitudine agreste e organica. Basta questo per considerare valida un'esposizione? Aspetto da lettori più attenti e informati di me una qualsiasi risposta.