Serata frizzantina alla porta degli angeli (casa del boia non si dice più, è out: sapevatelo!): vino rosso spinato direttamente dalla damigiana, abiti leggeri e il sole che tramonta sull'erba, sorrisi svagati e le opere autoironiche di Stefano W. Pasquini a dare un senso al tutto.
Come al solito mi trovo in imbarazzo a commentare qualsivoglia forma di arte contemporanea. Non ho mai del tutto metabolizzato la dissoluzione dell'aura, e se razionalmente comprendo il significato e l'importanza di tanti lavori (cito a caso qualche esempio abnorme: le pillole di Damien Hirst, il medio alzato di Cattelan, la kefia di Mona Hatoum), nel momento in cui me li ritrovo di fronte formulo inevitabilmente lo stesso pensiero stolto: "e va be?".
Da parte mia la buona volonta c'è sempre, ci provo ogni volta: ieri quindi ho passeggiato attenta attorno alla struttura irregolare esposta al piano ammezzato, una composizione di vecchie mensole e qualche libro; ho saggiato la consistenza fisica della carta di cui era composta l'istallazione allestita in mansarda, un mucchietto di fogli disordinati, sui quali erano stampate le immagini di un cane e di alcuni operai; vicino all'ingresso ho studiato con interesse lo scatolone che si fingeva un autovelox, per misurare la velocità di accesso degli ospiti. Il risultato non cambia, e a questo punto si tratta sicuramente di un problema mio, le parole mi escono di bocca senza che io riesca a trattenerle: "e va be?".
Chiunque fosse capace di suggerire un giudizio più acuto è invitato a lasciare un commento, io di per me non ce la faccio. Riesco solo a commentare l'evento, e quello devo dire è stato soddisfacente (cfr: incipit).
A differenza di quanto accadeva questo inverno, quando alle inaugurazioni ci si ritrovava sempre in quattro gatti, ieri la porta monumentale frullava di gente e chiacchiere, inoltre a vivacizzare l'atmosfera già spensierata ha contribuito la performance, della quale invece posso scrivere - senza scrupoli di coscienza - che sì, mi è molto piaciuta. Nel vivo della serata diverse persone confuse nella folla (giuro, c'era veramente tanta gente) hanno iniziato ad alta voce a dialogare tra loro, simulando il discorso frammentato e informale della chat. Argomento della "stanza": la ricchezza sperperata da bisnonni e parenti donnaioli, la decadenza dei titoli nobiliari e degli agi della buona borghesia, la condizione sradicata e nostalgica delle nuove generazioni. Nello svolgersi veloce della conversazione (una farsa amara, comica in senso pirandelliano) sono riuscita a sentirmi coinvolta. Ho ritrovato in qualche modo il filo del discorso benjaminiamo sulla necessità politica dell'arte, che sapevo presente teoricamente anche nelle opere esposte, e mi sono sentita bene.
